Un compact troppo stretto
Il nuovo trattato europeo sulla convergenza dei bilanci, il cosiddetto Fiscal compact, prima ancora di entrare in vigore appare già superato dai fatti, come tutti i “patti stupidi” che pretendono di ingabbiare in formule matematiche la complessità e le contraddizioni dell’economia. Imporre drastici tagli di spesa, e quindi anche di investimenti, a economie in recessione innesca una spirale deflazionistica che, a sua volta, rende irraggiungibili gli stessi obiettivi di bilancio prescritti.
21 AGO 20

Il nuovo trattato europeo sulla convergenza dei bilanci, il cosiddetto Fiscal compact, prima ancora di entrare in vigore appare già superato dai fatti, come tutti i “patti stupidi” che pretendono di ingabbiare in formule matematiche la complessità e le contraddizioni dell’economia. Imporre drastici tagli di spesa, e quindi anche di investimenti, a economie in recessione innesca una spirale deflazionistica che, a sua volta, rende irraggiungibili gli stessi obiettivi di bilancio prescritti. Serve la corresponsabilità e il rigore: non si possono tollerare pratiche di finanza allegra, ma questo non può tradursi in una camicia di forza per le economie europee. Oggi sono quelle considerate periferiche, domani potrebbero essere anche quelle del defunto asse franco-tedesco di non felice memoria. Lo dice il Fondo monetario internazionale, l’ha detto il premier spagnolo Mariano Rajoy, lo dicono i due candidati all’Eliseo in una campagna elettorale che assume ogni giorno di più tinte anticomunitarie. Il governo italiano preferisce non parlare direttamente del Fiscal compact, per non subire altre punizioni dai mercati, e insiste sulla contropartita di sostegno alla crescita che era stata promessa ma che non si concretizza se non nella lodevole azione della Banca centrale europea che immette liquidità per scongiurare una catena di crisi bancarie che trasformerebbero la recessione in depressione.
Probabilmente Monti sceglie di non affrontare pubblicamente il tema del trattato, ma c’è da sperare che stia lavorando attivamente alla sua modifica concordata, a correzioni che, per esempio, escludano gli investimenti infrastrutturali e i sostegni all’economia reale dal computo del deficit annuale. E’ meglio accettare una supervisione esplicita ma intelligente dei conti pubblici, se necessario, che dover sottostare alla logica cieca di una disciplina numerica che aumenta disparità e contraddizioni economiche.